Il generale Charles de Gaulle – che insieme a Winston Churchill è stato il più grande statista del Novecento – è passato alla Storia non solo per la sua eccezionale azione politica e per idee spesso premonitrici degli eventi futuri del mondo. Questo è da tempo un vasto campo di studi e ricerche da parte di studiosi di ogni parte del globo.
De Gaulle rimane però famoso anche per le sue battute, che restituiscono la dimensione di un uomo capace di ridere di sé stesso e di sdrammatizzare la complessità dei problemi. Celebre è l’osservazione sul numero dei formaggi francesi: «Non si può governare un Paese con duecento tipi di formaggi».
Altrettanto nota è una battuta pronunciata nel corso di una conferenza stampa – ne teneva solo due all’anno al Palazzo dell’Eliseo – durante le quali sedeva da solo al tavolo del conferenziere, quasi a testimoniare la solitudine del Comandante. In lunghi proloqui rispondeva soltanto alle domande che riteneva interessanti, distinguendo quelle intelligenti da quelle meramente provocatorie. In una di queste occasioni rassicurò i presenti dicendo: «Sto bene in salute, ma vi assicuro che anche io morirò».
Ancora, nel 1958, quando una Francia sull’orlo della guerra civile lo richiamò al governo con poteri speciali, rispose ai giornalisti: «Pensate davvero che a 67 anni io inizi una carriera da dittatore?».
Ma la più famosa delle sue battute resta quella del 1946. Al grido di un manifestante: «A morte gli imbecilli!», De Gaulle si voltò e rispose seccamente: «Vaste programme», cioè “un programma vasto”.
Queste battute di De Gaulle – del quale sono stato attento e documentato biografo, tanto da dedicargli una tesi di laurea in Scienze politiche (reperibile su tesionline.it), seguendo fin da giovanissimo la sua vicenda umana e politica – mi sono tornate alla mente leggendo l’articolo di Michele Serra su la Repubblica, a proposito del paragone fatto dal deputato Pozzolo tra Vannacci e De Gaulle.
La prima considerazione che mi è venuta in mente è stata il ricordo della prova di alfabetismo che nel 1975 dovetti sostenere davanti al segretario comunale, in base alla legge allora vigente, per convalidare la mia elezione a consigliere comunale di Casamicciola, un paese di cinquemila abitanti. Mi fu notificata la nomina da parte del sindaco con l’indicazione della lista e del numero di voti, insieme all’invito – ai sensi di una vecchia legge – a rendere la dichiarazione di saper leggere e scrivere, non di possedere un titolo di studio.
Quella prova fu eliminata nel 1981: alla mia seconda elezione non dovetti più sostenerla. Ritengo che sia stato un errore della Repubblica abolirla del tutto. La vecchia legge andava piuttosto aggiornata ai tempi dell’istruzione di massa, dell’obbligo scolastico fino a 14 anni, della liberalizzazione degli accessi universitari. Se l’obbligo di saper leggere e scrivere fosse stato adeguato a una reale richiesta di istruzione, cultura e competenza, si sarebbero forse evitate dichiarazioni come quella del deputato Pozzolo o gli errori dell’eurodeputata leghista sulla presunta “nomina del Presidente del Senato da parte del Presidente della Repubblica”.
Che dignità possono avere la Camera dei Deputati e il Parlamento europeo con simili paragoni tra Vannacci e De Gaulle, o con un’ignoranza tale da non sapere che il Presidente del Senato è eletto dall’assemblea di Palazzo Madama ed è la seconda carica dello Stato?
Vaste programme, avrebbe commentato De Gaulle. Forse avrebbe anche ironizzato dicendo che l’Italia è un Paese ingovernabile per l’eccessiva qualità dei vini prodotti e per i troppi campi sportivi al posto delle scuole.
Desidero però contestare – per stima culturale – Michele Serra quando afferma che De Gaulle fu “sicuramente un uomo di destra”. È un’affermazione che respingo con forza. De Gaulle non fu mai un uomo di destra. Fu un convinto sostenitore della Repubblica nata nel 1789 e indissolubilmente legata alla Nazione francese, alla sua “certa idea della Francia” che emerge chiaramente nelle Memorie di guerra e nelle Memorie di speranza.
Dal mio punto di vista, De Gaulle fu un uomo di sinistra, senza alcun legame con la destra. Studiate la sua vita, le sue azioni pubbliche, con rigore, e poi date un giudizio.
Un ultimo segnale, quello estremo, lo lasciò con le disposizioni per il suo funerale: volle che si svolgesse a Colombey-les-Deux-Églises, che fosse una cerimonia semplice, e di riposare accanto alla figlia Anne. Nel palco d’onore dovevano sedere solo i membri del consiglio comunale del villaggio e i suoi Compagnons de la Libération.
Un segno definitivo: la Repubblica si manifesta nel piccolo villaggio in cui si vive. È lì che nasce e vive. Gli amici più cari, gli uomini più forti oltre le etichette di partito, furono i “compagni” della Liberazione. Fu un momento fondamentale della Francia, di massima condivisione dei valori di Libertà, Uguaglianza e Fraternità. E questi valori non furono e non sono valori di destra.
5.2.2026
Giuseppe Mazzella
giornalista – Casamicciola
Italia – Europa