Abbiamo un dramma comune con il popolo di Niscemi, in Sicilia, dove il dissesto idrogeologico si è manifestato in modo violento e improvviso, con una frana di quattro chilometri che sta facendo crollare a valle una parte rilevante del paese. Si contano 1.500 sfollati, ma per fortuna nessuna vittima.
Alla popolazione di Niscemi manifesto la più forte solidarietà umana, nella condivisione di un dramma che ha colpito anche il mio paese, Casamicciola, nel 2009, nel 2017 e nel 2022. Da noi, però, questi movimenti della terra sono stati sanguinosi, con 15 vittime. Non ci siamo più ripresi da questi tre eventi naturali, avvenuti in un arco temporale di appena 13 anni.
Quattro Commissari Straordinari di Governo e siamo soltanto all’inizio di un vasto programma di sicurezza ambientale, riqualificazione urbana, riconversione economica e sociale. Non è stato avviato un programma di nuova edilizia residenziale pubblica in tutta l’isola d’Ischia per dare una casa ad almeno 3.000 famiglie che, a causa di questi eventi, l’hanno perduta.
Le zone urbanizzate più colpite — Piazza Maio, La Rita, il Fango, Piazza Bagni — oggi sono luoghi morti urbanisticamente e, soprattutto, socialmente ed economicamente. A questi ritmi della cosiddetta “ricostruzione”, ci vorranno almeno 50 anni per una ripresa civile.
In questo contesto e in questo clima politico vive una popolazione colpita nel morale e negli affetti, nella solitudine della perdita di un parente, di un amico, di un concittadino, e nella frattura della propria storia familiare. È un dolore forte e costante, più lacerante della perdita di un fabbricato. La casa è testimonianza del valore antico dei padri.
Comprendiamo, quindi, fino in fondo il dolore delle popolazioni di Sicilia.
Ho letto ieri, domenica 31 gennaio, un articolo su la Repubblica dell’inviata Maria Novella De Luca, in cui la giornalista ascolta la gente di Niscemi: il loro dolore, la loro ansia, le loro lacrime. È questo che colpisce: il dolore per l’accaduto, ma anche la rabbia per le promesse non mantenute dallo Stato, poiché già nel 1997 — 29 anni fa — vi fu un evento premonitore e, anche allora, ci furono promesse.
La popolazione, impaurita, vorrebbe andare via, soprattutto i giovani. Gli anziani, invece, vogliono restare nel paese dei padri.
Anche a Niscemi si parla di “delocalizzazione” e di una “nuova città” da costruire altrove. Ma la tragedia più grande è che non esiste ancora un vero programma nazionale contro il dissesto idrogeologico, che interessa ormai l’80% della Penisola.
Si continua a parlare del Ponte sullo Stretto di Messina, mentre un intero Paese ha bisogno di gigantesche opere di assetto territoriale, ancora più complesse e costose, rese necessarie dal cambiamento climatico.
Forza e coraggio al popolo di Niscemi e a noi tutti.
Il mare è in tempesta.
G. M.
