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Apparire e Tempo, lo scatto filosofico di Gigi Viglione

Fotografia
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Dal 27 luglio ai Giardini Ravino la mostra fotografica di Gigi Viglione.

 

Il pittore Georges Braques affermava che l’arte è una ferita che si fa luce. Nelle foto di Gigi Viglione, invece, è la luce che si fa ferita. Ferita a morte.
La morte e il tempo sono temi centrali, costitutivi della fotografia: si scatta al presente per tramandare il passato al futuro. E per citare quello che è stato forse il filosofo più importante e controverso del ‘900, Martin Heidegger, il futuro esprime l’orizzonte temporale più proprio e caratteristico dell’uomo. È infatti con una decisione anticipatrice, secondo il filosofo tedesco, che l’essere umano si apre agli aspetti più reali e autentici della sua esistenza: l’Esserci e l’Essere-per-la morte. Ma questa decisione, presa al presente e proiettata nel futuro, proviene dal passato, dall’essere stati gettati nel mondo, proprio come le persone, i singoli Esserci, e gli oggetti, gli enti utilizzabili ma spesso inutilizzati, ritratti da Gigi Viglione.
L'essere nel mondo, l'Esserci di Heidegger è un trascendere attraverso l'autoprogettazione. Epperò, nelle foto di questa mostra, se progetto c'è stato, è, appunto, al passato, un passato costellato di participi: una piattaforma protesa sul mare, un ombrellone chiuso sulla spiaggia, un fondaco che ha perduto la sua funzione, un traghetto salpato, palme che qualcuno ha piantate, architetture già edificate, seggiole impilate dentro e fuori le chiese e i resti di una sedia di plastica abbandonati sulla sabbia, un volto femminile stampato su un manifesto affisso ….
Ma mentre l'analitica esistenziale di Heidegger pretende di studiare la realtà umana nella sua struttura, per Gigi Viglione la struttura della realtà e dell'uomo sono inattingibili e la sua fotografia si “autolimita” alle apparizioni, laddove il “limite” è la vera condizione umana, come le Sacre Scritture e la mitologia greca ci hanno insegnato.
Apparizioni s’intitola la mostra. Ma tanti sono anche i nascondimenti: il buio della notte che oscura il mare; nuvole che offuscano l’orizzonte; il riflesso di un vetro che impedisce di vedere al di là e un manichino che latita sul margine dell’inquadratura, parandosi davanti a un altro; un muro che cela delle tombe; un pavimento di mattonelle esagonali bicolori occulta la rigida divisione controriformistica tra bene e male; un telo teso ad asciugare che vela l’interno di una loggia procidana; la cortina di un ristorante che ripara i clienti dalla curiosità, propria e altrui; un poster che tappezza una porzione di muro con uno dei paesaggi partenopei più celebri. Un paesaggio che, per casuale simbolismo, si offre lacerato all’osservatore. E, ancor più simbolicamente, il lacerto mancante è in alto a sinistra.
Delle due scelte esistenziali che Heidegger pone all'uomo, conquistare sé stessi nella propria autenticità o immedesimarsi nel mondo perdendosi nella banalità quotidiana e scadendo nell'anonimia, è la seconda opzione che sembra prevalere in queste foto di luoghi senza persone e di persone senza volto. Forse solo una fa eccezione, quella che riprende di schiena una ballerina tra le braccia di un uomo, l'unica che ritragga più di un soggetto umano in un unico scatto, l'unica che trasmetta vigore, anziché vuoto, incertezza, attesa, dismissione, abbandono. Forse perché, per progettare e progettarsi, il singolo individuo non basta, è necessaria una pluralità. Come avverte il poligrafo Guido Ceronetti: <<uomo, da solo sei fango, in coppia tango!>>.
Singolare e plurale sono due binari esistenziali paralleli tra i quali siamo sempre chiamati a decidere, ma entrambi immettono in un tunnel, come icasticamente ci rappresenta uno degli scatti di Viglione. L’Esserci contemporaneo, però, pare aver perso la capacità della scelta anticipatrice: esita, si ferma, si blocca tra l’uno e il due, finendo, proprio come L’Angelus novus di Walter Benjamin, col dare le spalle al futuro. Ulteriore testimonianza che la temporalità è l’orizzonte su cui si staglia la visione fotografica di Gigi Viglione, e, forse, della fotografia tout court.
Martin Heidegger lascia deliberatamente incompiuta la sua opera, Essere e Tempo. Perché il linguaggio... problema fondamentale di cui ne va la possibilità stessa della filosofia di salvarsi dalla chiacchiera e dall’equivoco... il linguaggio non basta. La vera parola umana è il silenzio.
E muta è la fotografia. Muto, o quasi, il cinema di Michelangelo Antonioni, che ha fatto dell’incomunicabilità la sua poetica e, con mirabile coerenza, il suo destino finale. Un maestro dell'immagine il cui pensiero e la cui prassi hanno, almeno in parte, ispirato Gigi Viglione per questa mostra, scandita da sequenze. Un pensiero che, proprio come quello heideggeriano, "abbandona la soggettività per orientarsi verso la luce dell'Essere". Anzi, dell'Apparire.

 

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