Ischia News ed Eventi - Una vigna di mille anni ed un giorno

Una vigna di mille anni ed un giorno

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E’ stato un giorno indimenticabile per me e per mio genero Francesco. Io con la mia agenda per gli appunti e lui con la macchina fotografica e la cinepresa ultramoderne capaci di mettere la foto immediatamente su Facebook ed il video su youtube.

Come dire il vecchio cronista ed il moderno operatore tecnologico. Siamo andati a vedere una vigna che ha mille anni lassù a Serrara a 400 metri sul livello del mare di proprietà dell’avv. Benedetto Migliaccio che dopo 100 anni di abbandono l’ha riportata alla luce grazie alla passione ed alla competenza di Andrea D’Ambra, il patron della D’Ambra Vini d’Ischia, la più importante e la più antica casa vinicola dell’isola d’Ischia che quest’anno festeggia i 125 anni di attività e li festeggia alla grande ricevendo per il suo miglior vino, il “Biancolella-Tenuta Frassitelli” il prestigioso premio del Gambero Rosso, la più importante rivista del settore, con i “tre bicchieri”. E’ il giorno della vendemmia e l’avv. Migliaccio e l’enologo D’Ambra hanno voluto invitare i loro amici più intimi per raccogliere l’uva quasi come tornare indietro di secoli lasciando per un giorno le nuove professioni della modernità che esercitano e rivestire i panni dei nostri antenati.

Iesca-S-Angelo“Ischia, l’isola vulcanica del Tirreno che da sempre incanta e strega i visitatori tra grotte, conigli, fichi, lentischi e corbezzoli, celebra il momento della vendemmia, quando i vigneti strappati a fatica agli strapiombi, restituiscono ad un manipolo di Eroi i frutti di un impegno che non conosce pause nell’arco dell’anno. Oggi siamo tutti contadini fosse solo per un giorno per celebrare la tradizione e la tenacia dei nostri precursori che dalla terra ricavano tutto” ci dice accogliendoci l’avv. Benedetto Migliaccio, 54 anni, una bella moglie, Giovanna Ilardi, 49 anni, docente di matematica all’Università Federico II di Napoli ed una stupenda figlia dai capelli d’oro, Benedetta di 14 anni.

La tenuta Migliaccio è in località “Iesca” nel Comune di Serrara-Fontana e si estende, tra strapiombi, cave, canali, per 14 ettari. Si scende da Serrara per una stradina impervia un tempo riservata ai muli ma oggi resa carrabile da auto con potenti motori. Il panorama che si vede dalla terrazza della casa – un tempo colonica ma oggi perfettamente restaurata – è indescrivibile nella sua bellezza e nella sua immensità. Vediamo Capri, la “regina di Rocce” di Neruda, di fronte a noi e quasi la prendiamo in mano e sotto di noi ci sono i Maronti e Sant’Angelo e questa immensità di azzurro e di verde, di mare e di terrazzamenti. Suggestioni che possiamo avvertire ma non spiegare. Bisogna viverle.

Per cento anni questa Tenuta Migliaccio che produceva uno dei migliori vini dell’isola tanto che nel 1870 otteneva la medaglia d’oro all’Esposizione Enologica Nazionale è stata abbandonata. La storia di questa tenuta si inserisce nella storia della Famiglia Migliaccio, questa grande famiglia della nobiltà terriera dell’isola che ha il suo avo più illustre nell’avv. Angelo Migliaccio che fu per vent’anni sindaco di Barano, dal 1849 al ‘69 e che Giovan Giuseppe Cervera ed Agostino Di Lustro nel loro libro “Storia di Barano d’Ischia” (1988) definiscono “uomo retto, umano, deciso a sostenere i diritti del Comune” ed al quale è dedicato la più importante strada di Barano. Per un “dispiacere” i Migliaccio andarono via da Barano e l’isola d’Ischia ed emigrarono a Vico Equense sulla costiera Sorrentina dove vive oggi l’avv. Benedetto con moglie e figlia e rivestendo anche la carica di Vice Sindaco. Un senso dell’Onore e del Dispiacere antichi. Iesca-la villaL’avv. Benedetto è ritornato ad Ischia 14 anni fa ma l’ha portata e la porta nel sangue da generazioni. Ne conosce la storia nei minimi dettagli, ne conserva tutte le carte geografiche, ha trovato il documento più antico della tenuta della sua famiglia all’archivio notarile dove nel 1034 un notaio raccoglie la donazione della tenuta di “Iesca” di tal Mellusi al convento dei Benedettini “per la redenzione dell’anima”. Ecco perché – mi spiega – ha chiamato la tenuta dei mille anni. Qui ci sono stratificati mille anni di storia e le memorie dei contadini antichi analfabeti , che chiama “Eroi”, sono affidati ai terrazzamenti realizzati senza “parracine” poiché qui non c’è la “pietra verde” come a Forio, alle grotte scavate nel tufo ed al modo stesso di zappare la terra – come mi spiega Andrea D’Ambra – perché è anche il tipo di terra ed il modo di coltivare che fanno l’uva diversa dalla quale può uscire un buon vino.

Quando l’avv. Benedetto Migliaccio decise per passione e per amore del Ricordo dei Padri di recuperare tutta la tenuta chiese ad Andrea D’Ambra di ripiantare i vitigni tipici – i rossi soprattutto- e così in pochi anni sono stati recuperati circa 7 ettari e dal prossimo anno 2014 usciranno le prime bottiglie di rosso della “vigna dei mille anni”. L’avv. Migliaccio e l’enologo D’Ambra ne hanno fatto dono di una bottiglia da loro firmata in anteprima per i loro ospiti contadini per un giorno.

Poi abbiamo mangiato il “bucatino al sugo di coniglio”, “il coniglio all’ischitana” e sorseggiato il Biancolella di Andrea. Per un giorno, come ci ha chiesto l’avv. Migliaccio, abbiamo lasciato la “mondanità di yacht e panfili, di grandi alberghi, lo struscio dei Vip ed i locali eleganti” e siamo diventati contadini “riappropriandoci dei tempi dell’isola scandendo l’eterno ciclo con la raccolta delle pigne d’uva”.

Quando ha ripreso possesso della tenuta su un lato della facciata della casa colonica l’avv. Migliaccio ha trovato una vecchia scritta in francese risalente probabilmente al XIX secolo che nel restauro della casa ha posto in ceramica sullo stesso posto e nello stesso modo: Dice: “Hereux ce Dur”. E’ probabile che l’anonimo scrittore volesse scrivere “Hereux c’est dur” come dire la Felicità non arriva senza il lavoro duro, che è una conquista, che senza un duro lavoro non si può essere felice.

Ma vedendo questa impresa di ricostruzione così faticosa e tanto rischiosa sia da parte dell’avv. Migliaccio sia da parte dell’enologo D’Ambra mi è venuta alla mente una bellissima considerazione del grande economista e statista Luigi Einaudi. Anche lui amava il vino e la sua unica proprietà era la sua tenuta in Piemonte.

Diceva Einaudi che in una impresa c’è soprattutto la “vocazione naturale a spingere non soltanto la sete di danaro”.

“Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Così si spiega come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le energie e investono tutti i loro capitali per trarre utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi”.

Ho pensato che questa è un’impresa di due folli. Poi ho conosciuto la moglie dell’avvocato, Giovanna, che è docente di matematica e cioè mette a freno l’entusiasmo del marito e la moglie di Andrea, Diana, dolce e mite che cura con grande passione e competenza il Museo della Civiltà Contadina che è localizzato presso lo stabilimento della D’Ambra Vini in località Panza nel Comune di Forio.

Ho convenuto che dietro alla grandezza dell’uomo c’è ancor di più quella della donna.

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